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di collera e dopo quelle secche parole conclusive: «Je ne vous retiens plus, général, vous recevrez ma lettre», Balašëv era convinto che non soltanto Napoleone non desiderasse di rivederlo, ma soprattutto volesse evitare di incontrarlo, lui ambasciatore offeso e testimone delle sue indecorose escandescenze. Invece, con suo grande stupore, quello stesso giorno ricevette tramite Duroc un invito alla tavola dell'imperatore.   
   Al pranzo partecipavano alcuni alti ufficiali, come Bessières, Caulaincourt e Berthier.   
   Napoleone accolse Balašëv con espressione lieta e affabile. Non solo in lui non si coglieva il minimo atteggiamento di vergogna o di rampogna verso se stesso per il modo in cui aveva smodatamente trasceso nella mattinata, ma, anzi, egli cercava di incoraggiare Balašëv. Da un pezzo, ormai, Napoleone era convinto che per lui non sussistesse possibilità di errori e che, secondo il suo concetto, tutto ciò che faceva era bene non già perché coincidesse col concetto di ciò che è bene o è male, ma perché lo faceva lui.   
   L'imperatore era rientrato molto allegro dalla sua passeggiata a cavallo per le strade di Vilno, dove la folla lo aveva accolto e seguito con entusiasmo. A tutte le finestre delle vie che aveva percorso erano stati esposti drappi, bandiere, stemmi col suo nome, mentre le signore polacche sventolavano i fazzoletti in segno di saluto.   
   A pranzo, fece accomodare Balašëv accanto a sé; e non soltanto lo trattò con molto garbo, ma quasi mostrando di considerarlo come uno dei suoi intimi di corte, come una delle persone tenute ad approvare i suoi piani e a rallegrarsi dei suoi successi. Fra un discorso e l'altro, prese a parlare di Mosca e a far domande a Balašëv sulla grande città russa, non nel modo in cui un viaggiatore curioso può informarsi di una nuova

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