«Sì, in questa stanza quattro giorni fa si consultavano Wintzingerode e Stein,» proseguì Napoleone con lo stesso sorriso ironico compiaciuto. «Quello che non capisco,» aggiunse, «è come l'imperatore Alessandro abbia trasformato in suoi intimi tutti questi miei nemici personali. È un fatto, questo, che... non capisco. Non ha pensato che anch'io potrei fare altrettanto?» disse, rivolgendosi a Balašëv in tono interrogativo; e questo ricordo parve spingerlo di bel nuovo sul solco della collera mattutina, che ancora gli era fresca nell'animo. «E sappia, dunque, che lo farò,» disse poi, alzandosi e scostando con la mano la tazzina del caffè. «Scaccerò dalla Germania tutti i suoi parenti, quelli del Württemberg, del Baden, di Weimar... sì, li caccerò via tutti. Che pensi a preparare un rifugio in Russia, per costoro!»
Balašëv chinò la testa, per dimostrare col suo atteggiamento che avrebbe desiderato allontanarsi, e ascoltava solo perché non poteva esimersene. Ma Napoleone non si accorse di quest'espressione; egli non trattava Balašëv come l'ambasciatore del proprio nemico, ma come uomo che ormai gli era assolutamente devoto e non poteva non rallegrarsi dell'umiliazione del suo antico padrone.
«E perché l'imperatore Alessandro ha preso il comando delle truppe? A che scopo? La guerra è mestiere mio; il suo è quello di regnare, non di guidare le truppe. Perché assumersi una simile responsabilità?»
Una volta di più cercò la tabacchiera, più volte percorse la stanza in silenzio; poi, inopinatamente, si avvicinò a Balašëv, e con un lieve sorriso, con la stessa sicurezza, rapidità e semplicità che avrebbe avuto se avesse fatto qualcosa non solo d'importante ma anche di piacevole per Balašëv, alzò la mano verso il volto del quarantenne generale russo, gli prese un orecchio, e glielo tirò leggermente accennando con le sole labbra