rivolgendosi al primo violino:
«Semën! Il Danilo Kupor lo conosci?»
Era il ballo preferito del conte, che lo ballava da giovane. (Propriamente, il Danilo Kupor non era altro che una figura dell'anglaise.)
«Guardate papà,» si mise a gridare per tutta la sala Nataša. Del tutto dimentica che stava ballando con un grande chinò fin quasi alle ginocchia la sua testolina ricciuta e si abbandonò al suo riso sonoro e squillante che risuonava per tutta la sala.
E in effetti, tutti quelli che erano in sala guardavano con un sorriso di ammirata allegria l'arzillo signore che, a fianco dell'imponente Mar'ja Dmitrievna, assai più alta di lui, piegava le braccia e le agitava a tempo, raddrizzava le spalle, sporgeva i piedi all'infuori battendo leggermente i tacchi e, con un sorriso che si allargava sempre più sul suo viso tondo, preparava gli spettatori a ciò che sarebbe seguito. Non appena si udirono le note allegre e provocanti del Danilo Kupor, simili a un turbinoso trepak, tutte le porte del salone apparvero all'improvviso assiepate, da una parte di visi maschili e dall'altra dei sorridenti visi femminili della servitù venuta a guardare il padrone che si divertiva.
«Ah, il nostro batjuška! Una vera aquila!» proferì ad alta voce una bambinaia affacciata a una porta.
Il conte danzava bene e lo sapeva, ma la sua dama non sapeva né voleva ballare bene. Il suo corpo enorme si teneva rigido, con le possenti braccia abbandonate (aveva dato la sua borsa alla contessa); e soltanto la sua faccia severa ma bella, esprimeva l'ebbrezza del ballo. Ciò che il conte esprimeva con tutta la figura tondeggiante, Mar'ja Dmitrievna lo diceva solo col viso sempre più atteggiato al sorriso, e col naso, sempre