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estranei ai clan militari e tra i quali figurava Arakèeev, pensavano e proclamavano ciò che dicono, in genere, le persone che non hanno convinzioni proprie ma non vogliono lasciarlo capire. Dicevano, dunque, che senza dubbio la guerra, specie poi combattuta contro un genio militare come Buonaparte (lo chiamavano di nuovo Buonaparte), richiedeva profonda meditazione, e una perfetta padronanza della scienza strategica. E che in questo campo Pfühl era geniale, ma che al tempo stesso non si poteva non riconoscere che sovente i teorici sono unilaterali e perciò non bisognava fidarsi ciecamente di loro, che al contrario occorreva dare ascolto anche a ciò che dicevano gli avversari di Pfühl e a quel che sostenevano gli uomini pratici, gli esperti dei problemi di guerra e adottare la via di mezzo. Gli uomini di questo partito insistevano perché si mantenesse il campo della Drissa in conformità al piano di Pfühl, ma si mutassero i movimenti delle altre armate. E sebbene le suddette operazioni non portassero al raggiungimento dell'uno o dell'altro scopo, agli uomini di questo partito questa pareva la mossa più opportuna.   
   La quarta tendenza aveva come esponente principale il granduca ereditario, il quale non poteva dimenticare la delusione di Austerlitz, quando si era portato in testa alla guardia in casco e giubbetto, come a una rivista militare, convinto di schiacciare i francesi, e trovatosi inopinatamente in prima linea, a fatica ne era sfuggito tra la confusione generale. Nel loro modo di vedere le cose gli uomini di questo partito rivelavano le virtù e i difetti della sincerità. Essi temevano Napoleone: vedevano in lui la forza e in noi la debolezza, e lo ammettevano senza riserve: «Da tutto questo» dicevano, «non verrà che dolore, vergogna e rovina! Ecco, abbiamo abbandonato Vilno, abbiamo abbandonato Vitebsk, abbandoneremo anche il campo fortificato della Drissa. L'unica cosa

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