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ragionevole che ci rimanga da fare è di stipulare la pace, e al più presto, prima che ci caccino anche da Pietroburgo!»   
   Quest'opinione, largamente diffusa nelle alte sfere dell'esercito, trovava consensi anche a Pietroburgo e presso il cancelliere Rumjanèev il quale per altre ragioni era del pari incline a concludere la pace.   
   Il quinto partito era quello dei fautori di Barclay de Tolly, non tanto come uomo quanto come ministro della guerra e comandante in capo. Costoro dicevano: «Checché se ne dica (esordivano sempre così), si tratta di un uomo onesto e fattivo; nessuno è meglio di lui. Dategli poteri effettivi, perché le sorti della guerra non possono esser liete senza l'unità di comando; e allora vedrete ciò che sa fare, lo dimostrerà come lo ha già dimostrato in Finlandia. Se il nostro esercito è forte e in piena efficienza, e si è ritirato fino alla Drissa senza aver subito alcuna sconfitta, lo dobbiamo soltanto a Barclay. Se ora Barclay venisse sostituito da Bennigsen, tutto sarebbe perduto, perché fin dal 1807 Bennigsen ha dato prova della propria incapacità.» Così dicevano i seguaci di questo quinto partito.   
   Il sesto partito, quello degli estimatori di Bennigsen, affermava al contrario che nessuno era più fattivo ed esperto di Bennigsen; che, per un verso o per un altro, ci si sarebbe fatalmente orientati sul suo nome. Gli esponenti di questo partito asserivano che la nostra ritirata fino alla Drissa non era altro che una sconfitta ignominosa, conseguenza di una serie ininterrotta di sbagli. «Quanti più sbagli faranno,» andavano ripetendo costoro, «tanto, meglio sarà: se non altro capiranno che così non si può andare avanti... Qui non basta un Barclay qualunque: ci vuole un uomo come Bennigsen, che si è già fatto valere nel 1807 e al quale lo stesso Napoleone ha reso giustizia: occorre un uomo al quale si riconosca

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