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volentieri l'autorità suprema ma l'unico uomo di questo stampo è Bennigsen.»   
   Il settimo partito era costituito da persone come ce ne sono sempre, specie intorno ai giovani sovrani; e in particolare abbondavano nell'entourage dell'imperatore Alessandro: generali e aiutanti di campo appassionatamente devoti al sovrano non tanto quale imperatore, quanto perché l'adoravano con sincero disinteresse come uomo, così come l'adorava Rostov nel 1807, e perché riconoscevano in lui non solo tutte le virtù, ma anche tutte le possibili qualità umane. Ora, sebbene queste persone ammirassero la modestia del sovrano che aveva rinunciato al comando delle forze armate, criticavano non di meno questa eccessiva modestia e desideravano una sola cosa: insistevano, cioè, affinché l'adorato imperatore, abbandonando la sua soverchia sfiducia in se stesso, dichiarasse apertamente che si poneva alla testa dell'esercito, formasse presso di sé un quartier generale in qualità di comandante in capo e, consigliandosi, quando fosse stato il caso, con gli esperti teorici e pratici, guidasse peraltro di persona le sue truppe; il che sarebbe valso, automaticamente, a portarne il morale alle stelle.   
   L'ottavo, e più numeroso raggruppamento, che per l'enorme congerie di adepti stava agli altri gruppi in proporzione di 99 a 1, era composto da uomini che non volevano né la pace, né la guerra, né avanzate, né campi difensivi sulla Drissa o dovunque fosse; che non volevano Barclay, né l'imperatore, né Pfühl, né Bennigsen, ma si preoccupavano d'assicurarsi una sola cosa: i massimi vantaggi e piaceri personali. In quell'acqua torbida di intrighi intersecantisi e ingarbugliantisi fra loro, che ribollivano al quartier generale dell'imperatore, si offrivano innumerevoli occasioni di successo che in altre circostanze sarebbero

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