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era molto spiacente di apprendere della malattia di Nataša e della rottura col fidanzato, e che avrebbe fatto il possibile per adempiere al loro desiderio. A Sonja scrisse a parte:   
   «Adorata amica dell'anima mia,» le scriveva, «nulla fuorché l'onore potrebbe trattenermi dal ritornare nelle mie campagne. Ma ora, alla vigilia delle ostilità, se anteponessi la mia felicità al mio dovere e all'amor di patria, mi considererei disonorato non solo davanti ai miei commilitoni, ma anche davanti a me stesso. Questa, però, è la nostra ultima separazione. Credimi, appena la guerra sarà finita, se sarò vivo e tu mi amerai sempre, abbandonerò tutto e verrò da te per stringerti ormai per sempre al mio petto ardente...»   
   In effetti solo l'apertura delle ostilità aveva trattenuto Rostov impedendogli, come aveva promesso, di tornare a casa e sposare Sonja. Quell'autunno passato a Otradnoe con partite di caccia, e quell'inverno con le feste di Natale e l'amore di Sonja avevano rivelato a Nikolaj una prospettiva di serenità e di quiete gioie campestri, che prima non conosceva e adesso lo attiravano. «Una brava moglie, dei bambini, un buon branco di segugi, dieci o dodici sfrenate mute di levrieri, la gestione dell'economia agricola, i vicini, il servizio pubblico per le elezioni...» pensava. Ma ora c'era la guerra e bisognava restare in forza del reggimento. E dato che le cose stavano così, Nikolaj Rostov, favorito dal suo carattere si sentiva appagato anche dalla vita che conduceva al reggimento e trovava il modo di renderla gradevole.   
   Tornato dalla licenza, gioiosamente accolto dai compagni, Nikolaj era stato inviato in missione per la rimonta nei territori della Piccola Russia, donde aveva portato ottimi cavalli che lo riempivano di gioioso orgoglio e gli avevano procurato l'elogio dei superiori. Durante la sua

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