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assenza lo avevano promosso capitano e, quando il reggimento venne messo sul piede di guerra con gli effettivi aumentati di numero, gli fu assegnato il suo squadrone di un tempo.   
   La campagna di guerra aveva avuto inizio. Il reggimento era stato trasferito in Polonia, lo stipendio era stato raddoppiato. Giunsero nuovi ufficiali, nuovi uomini, altri cavalli. Ma soprattutto si andava propagando quello stato d'animo d'allegra esaltazione che sempre accompagna l'inizio delle guerre; e Rostov rendendosi conto della posizione vantaggiosa di cui godeva nel reggimento, si abbandonò senza riserve ai piaceri e agli interessi del servizio militare, sebbene sapesse che presto o tardi avrebbe dovuto abbandonarlo per sempre.   
   Le truppe si erano ritirate da Vilno per varie e complesse ragioni: di stato, politiche e tattiche. Ed ogni passo di quella lenta ritirata faceva da sfondo, nello Stato Maggiore, a un gioco complicato di interessi, di cavilli e di passioni contrastanti. Per gli ussari del reggimento di Pavlograd tutta quella marcia d'indietreggiamento, nel miglior periodo dell'estate, quando si avevano scorte di viveri a sufficienza, era invece la cosa più semplice e gaia di questo mondo. Al quartier generale potevano anche brigare, agitarsi, sentirsi inquieti e depressi; ma negli strati più profondi dell'esercito nessuno pensava a chiedersi dove si andasse e perché. Se c'era del rammarico per questo arretrare così, era solo perché bisognava cambiare l'alloggio al quale ci si era abituati e magari lasciare una graziosa panna. Se pure a qualcuno veniva in mente che le cose si mettevano al peggio, chi era colto da un siffatto pensiero da bravo soldato cercava di conservare il buonumore e di non pensare all'andamento generale delle cose, ma di lasciarsi assorbire dalle incombenze immediate. In un primo tempo erano rimasti allegramente nei

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