pressi di Vilno, stringendo rapporto coi latifondisti polacchi, e passando il tempo nell'attesa di eseguire riviste con l'imperatore e gli alti ufficiali. Poi era venuto l'ordine di ritirarsi su Svenciany e di distruggere tutte le scorte che non si potevano portare con sé: Svenciany era rimasta nel ricordo degli ussari solo perché quella sosta era stata soprannominata «l'accampamento degli ubriachi», ed anche perché a Svenciany c'erano state molte lagnanze contro l'esercito. Intanto approfittando dell'ordine di procurarsi approvvigionamenti, le truppe avevano sequestrato, in conto «rifornimenti» anche cavalli, carrozze e tappeti, appartenenti a pan polacchi. Rostov si ricordava di Svenciany, perché il giorno in cui erano entrati in quella piccola città aveva sostituito il maresciallo d'alloggiamento e non era riuscito a tenere a bada, sbronzi com'erano, gli uomini dello squadrone, che a sua insaputa si erano impadroniti di cinque botti di birra stagionata. Da Svenciany avevano continuato a ritirarsi fino alla Drissa; poi si erano sganciati anche dalla Drissa, avvicinandosi ormai ai confini della Russia.
Il 13 luglio gli uomini del reggimento di Pavlograd si trovarono per la prima volta impegnati in un'azione importante.
La notte del 12, vigilia del combattimento, s'era scatenato un violento temporale, misto di pioggia e grandine. L'estate del 1812 fu, infatti, caratterizzata dai continui nubifragi.
I due squadroni del reggimento di Pavlograd bivaccavano in mezzo a un campo di segale, ormai spigata, ma calpestata senza misericordia dai cavalli e dalle mandrie di bestiame. La pioggia cadeva a dirotto e Rostov se ne stava seduto in un capanno costruito alla bell'e meglio insieme a un giovane ufficiale suo protetto, di nome Il'in. A un certo punto entrò un altro ufficiale appartenente al loro reggimento, con due lunghi baffi a