quale, con quei suoi baffi che si prolungavano verso le basette, mentre parlava, secondo la sua abitudine si chinava su Nikolaj sino a sfiorargli la faccia. Gli era quasi addosso, in quell'angusto capanno. Rostov lo guardava in silenzio. «Prima di tutto, sulla diga che hanno attaccato, doveva esserci tanta calca e tanta confusione,» pensava Nikolaj, «che se anche Raevskij vi avesse portato i suoi figli, la cosa non poteva far colpo su nessuno, tranne sulla decina di uomini che gli stavano proprio accanto. Gli altri non potevano nemmeno vedere in che modo e con chi Raevskij andava sulla diga. Ma anche quelli che lo avessero visto, non avrebbe avuto motivo di rincuorarsene: che cosa gliene sarebbe importato dei teneri sentimenti paterni di Raevskij, quando lě era in gioco la loro pelle? E poi, dal fatto che prendessero o non prendessero la diga di Saltanovo non dipendeva certo il destino della patria, come s'afferma, invece, a proposito delle Termopili. Dunque, a che scopo accettare questo sacrificio? E poi, perché immischiare i figli nella guerra? Io non solo non ci porterei mio fratello Petja, ma nemmeno Il'in; no, nemmeno questo bravo ragazzo che pure per me č un estraneo, ma cercherei di metterlo al sicuro,» continuava a pensare Rostov mentre ascoltava Zdržinskij. Ma evitň di palesare i suoi pensieri: anche su questo aveva giŕ maturato la sua esperienza. Egli sapeva che quel racconto contribuiva a esaltare le nostre armi; quindi bisognava far finta di non dubitarne. E cosě fece:
«Io non ce la faccio,» disse Il'in, che si era accorto come le chiacchiere di Zdržinskij non fossero accette a Rostov. «Le calze, la camicia... perfino sotto m'č filtrata l'acqua. Vado a cercare un altro riparo. A quanto pare, ora piove un po' meno.»
Il'in uscě. Anche Zdržinskij se ne andň. Ma cinque minuti dopo Il'in tornň di corsa al capanno, sguazzando nel fango.