ditino, che berrò tutto.»
Quando ebbero bevuto tutto il samovar, Rostov prese le carte e propose di giocare «al re» insieme con Mar'ja Genrichovna. Tirarono a sorte chi dovesse farle da compagno. A una proposta di Rostov, fu stabilito che chi diventava «re» aveva diritto a baciare la manina di Mar'ja Genrichovna, mentre chi fosse rimasto «pezzente», doveva preparare un nuovo samovar pieno per il dottore, quando si fosse svegliato.
«E se fosse proprio Mar'ja Genrichovna a diventare "re"?» domandò Il'in.
«Lei è già adesso regina! E i suoi ordini sono legge...»
Il gioco era appena cominciato quando, alle spalle di Mar'ja Genrichovna, emerse all'improvviso la testa spaventata del dottore. Già da un pezzo non dormiva e ascoltava ciò che si diceva e faceva, senza trovarvi nulla di buffo, di allegro e di divertente. La sua faccia era melanconica e accasciata. Non salutò gli ufficiali, si diede una grattatina e chiese il permesso di uscire, dato che gli avevano sbarrato il passaggio. Non appena fu uscito, tutti gli ufficiali esplosero in una sonora risata, mentre Mar'ja Genrichovna arrossiva fino alle lacrime, facendosi ancor più attraente agli occhi di tutti gli ufficiali. Tornando da fuori, il dottore disse alla moglie (che intanto aveva smesso di sorridere e lo guardava spaventata, in attesa della sentenza), che la pioggia era finita e bisognava andare a passare la notte dentro la kibitka, altrimenti li avrebbero derubati di tutto.
«Ma ci metterò davanti un piantone... anzi due!» disse Rostov. «Non temete, dottore!»
«Farò io stesso da sentinella!» intervenne Il'in.
«No, signori, voi avete dormito, mentre io non dormo da due notti,»