pioggia. Sotto spuntavano i piedi del dottore, mentre al centro s'intravedeva posata su un cuscino la cuffietta della moglie e giungeva fino a loro un greve respiro di sonno.
«È proprio carina!» disse Rostov a Il'in che lo seguiva.
«Una donna meravigliosa!» rispose Il'in col trasporto e la convinzione di un sedicenne.
Mezz'ora dopo lo squadrone era fermo sulla strada, schierato in perfetto ordine. Risuonò il comando: «In sella!» I soldati si fecero il segno della croce e montarono a cavallo. Rostov si portò in testa, e diede il comando: «Marsc!», al che gli ussari si disposero a quattro a quattro, con un rumore di zoccoli che risuonarono sul fondo molle della strada, facendo tintinnare le sciabole e parlando a voce sommessa, e s'avviarono lungo la grande strada fiancheggiata da betulle, dietro la fanteria e le batterie che procedevano in testa.
Nubi sfilacciate, di un blu violaceo, rosseggiavano a oriente, rapidamente sospinte dal vento. La luce andava aumentando. Ora si scorgeva nitidamente quell'erba ricciuta che sempre alligna sul margine delle strade di campagna, ancora stillante della pioggia notturna. I rami pendenti delle betulle, anch'essi bagnati, oscillavano al vento e lasciavano cadere di sghembo gocce luminose. Sempre più netti si delineavano i profili dei soldati. Rostov cavalcava a fianco di Il'in, che non si staccava da lui, lungo il margine della strada, fra il duplice filare di betulle.
In piena campagna di guerra Rostov si permetteva di cavalcare non un cavallo d'ordinanza, ma un cavallo cosacco. Esperto e appassionato di cavalli, si era procurato un robusto e buon baio del Don, col quale nessuno poteva gareggiare. Cavalcarlo era per lui un piacere. In questi