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momenti veniva pensando al cavallo, alla mattinata, alla moglie del medico: non una volta il pensiero corse all'imminente pericolo.   
   Un tempo, al momento di affrontare la battaglia, Rostov aveva paura; adesso non provava nulla del genere. Non sentiva paura non già perché si fosse abituato al fuoco (al pericolo non ci si abitua mai), ma perché aveva imparato ad assuefare la sua mente all'imminenza del pericolo. In attesa d'affrontare la battaglia si era abituato a pensare a tutto, escludendo peraltro ciò che avrebbe dovuto interessargli più di ogni altra cosa: il pericolo imminente. Per quanto nei primi tempi del suo servizio si sforzasse e si rimproverasse d'essere un vile, non era mai riuscito a pervenire a un simile risultato. La cosa era venuta da sé, con gli anni. Adesso cavalcava a fianco di Il'in fra le betulle, strappando di tanto in tanto delle foglie dai rami che gli capitavano sotto mano, a volte sfiorando col piede la pancia del cavallo, a volte passando senza voltarsi la pipa spenta all'ussaro che lo seguiva; e davvero aveva un'aria tranquilla e spensierata, come che stesse facendo una passeggiata. Lo costernava, a guardarla, la faccia emozionata di Il'in che parlava molto, con palese inquietudine; conosceva per esperienza quel tormentoso stato d'animo legato all'attesa della paura e della morte, in cui doveva trovarsi il cornetta, e sapeva che nulla, all'infuori del tempo, avrebbe potuto aiutarlo.   
   Non appena il sole affiorò in una striscia di cielo sereno al di sotto di una nuvola, il vento si calmò come se non osasse sciupare quell'incantevole mattino d'estate che seguiva a un temporale; le gocce cadevano ancora, ma verticalmente, regnava una calma profonda. Il sole emerse per intero dall'orizzonte; quindi scomparve dentro una sovrastante nube, lunga e stretta. Qualche minuto dopo, però, esso apparve ancor più

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