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luminoso sull'orlo superiore della nuvola, lacerandone i bordi. Tutto s'illuminò e brillò. E, insieme a quella luce, come rispondendo al suo richiamo, echeggiarono, davanti, colpi di cannone.   
   Rostov non aveva ancora fatto in tempo a riflettere e a stabilire la distanza che li separava da quelle cannonate, che da Vitebsk arrivò al galoppo l'aiutante di campo del conte Osterman-Tolstoj, con l'ordine di proseguire al trotto lungo la strada.   
   Lo squadrone superò la fanteria e la batteria, che a loro volta si affrettarono a procedere più veloci; scese giù da un'altura, e attraversato un villaggio deserto, evacuato dalla popolazione, risalì sul crinale di un'altra altura. I cavalli cominciarono a schiumare, gli uomini erano rossi e accaldati.   
   «Alt! Allinearsi!» risuonò in testa l'ordine del comandante dei due squadroni.   
   «Avanti l'ala sinistra, al passo, marsc!» si susseguivano gli ordini, in testa.   
   Passando davanti alle truppe schierate, gli ussari si portarono al fianco sinistro della posizione e si disposero dietro gli ulani, che occupavano le prime file. A destra c'era una fitta colonna della nostra fanteria (erano le forze di riserva); più su, in cima a un colle, nell'aria limpidissima, nella netta e obliqua luce del mattino, proprio sull'orizzonte, si scorgevano i nostri cannoni. Più avanti, oltre un piccolo avvallamento, si vedevano le colonne e i cannoni del nemico. Nell'avvallamento si udiva la nostra prima linea che era già entrata in azione e sgranava briosamente spari d'artiglieria con quella del nemico.   
   Questi rumori che da tempo non udiva resero euforico Rostov come le note della musica più gaia. «Trapta-ta-tap!» schioccavano gli spari, ora

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