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tenuto, sapeva che c'era un solo istante che non si sarebbe ripetuto se egli se lo fosse lasciato sfuggire. Le pallottole che gemevano e sibilavano intorno a lui erano così esaltanti. Il cavallo si lanciava avanti con tanto ardore, che non poté resistere. Spinse avanti il cavallo, gridò alto il comando, e nello stesso istante, sentendo dietro di sé il rumore degli zoccoli del suo squadrone spiegato e lanciato al gran trotto, cominciò a scendere giù dalla collina verso i dragoni. Non appena furono in basso, involontariamente il loro trotto si trasformò in galoppo, che si faceva sempre più veloce nella misura in cui essi si andavano avvicinando ai nostri ulani e agli incalzanti dragoni francesi.   
   Ormai i dragoni erano vicinissimi. Quelli in testa, vedendo gli ussari, cominciarono a invertire il movimento, quelli di dietro si fermarono. Con lo stesso sentimento con cui s'era buttato tante volte a tagliar la strada al lupo, lanciato a tutta velocità il suo cavallo del Donec, Rostov galoppava di traverso per tagliar la strada alle file scompigliate dei dragoni francesi. Un ulano si fermò, un soldato appiedato si buttò a terra per non essere schiacciato, un cavallo senza cavaliere si imbrancò con gli ussari. Quasi tutti i dragoni francesi galoppavano indietro a precipizio. Adocchiatone uno in sella a un cavallo grigio, Rostov si gettò al suo inseguimento. Lungo la strada gli si parò dinanzi un cespuglio; il suo ottimo cavallo lo scavalcò con un balzo; poi riassestatosi con qualche sforzo sulla sella, Nikolaj vide come nel giro di pochi istanti avrebbe raggiunto il nemico che si era scelto come bersaglio. Quel francese che, dall'uniforme, doveva essere un ufficiale, galoppava curvo sopra il suo cavallo grigio, spronandolo con la sciabola. Un attimo dopo il cavallo di Rostov urtò col petto contro le terga del cavallo dell'ufficiale francese: per poco non lo fece stramazzare, e nello stesso istante, senza nemmeno

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