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sapere perché, Nikolaj sollevò la sciabola e colpì il francese.   
   Nell'istante stesso in cui compiva quel gesto, tutta l'eccitazione di Rostov scomparve a un tratto. L'ufficiale cadde: non tanto per l'urto della sciabola, che gli aveva causato solo una lieve ferita al braccio, poco sopra il gomito, quanto per l'urto violento del cavallo e per lo spavento. Rostov, trattenendo il cavallo, cercava con gli occhi il suo nemico, per vedere chi avesse vinto. Quell'ufficiale francese dei dragoni con una gamba brancicava a terra, con l'altra si era impigliato nella staffa. Batteva le palpebre, terrorizzato, come se da un momento all'altro si aspettasse un nuovo colpo: contraendo il viso in una smorfia di spavento sogguardava Rostov dal basso all'alto. La sua faccia giovane e bionda, pallida e inzaccherata di fango, con una fossetta sul mento e limpidi occhi azzurri, era la faccia meno adatta a un campo di battaglia: non un volto da nemico, ma un volto normale, comune, casalingo. Ancor prima che Rostov avesse deciso che fare di lui, l'ufficiale gridò: «Je me rends!» Si accaniva a voler liberare il piede dalla staffa, ma non poteva, e guardava Rostov senza distogliere da lui quegli occhi, azzurri e spaventati.   
   Sopravvenuti altri ussari, gli liberarono il piede e lo rimisero in sella. Altri ussari si davano da fare in vari punti con i dragoni: uno era ferito, ma pur avendo il viso insanguinato, non cedeva il cavallo; un altro, abbrancato a un commilitone stava seduto sulla groppa del suo cavallo; un terzo, sorretto da un ussaro, stava montando sul cavallo di quest'ultimo. Davanti a loro correva, sparando, la fanteria francese. Gli ussari indietreggiarono veloci coi loro prigionieri, e anche Rostov galoppò indietro insieme con gli altri, provando non sapeva quale sorta di sgradevole sentimento che gli stringeva il cuore. Qualcosa di poco chiaro,

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