d'intricato, che egli non riusciva assolutamente a spiegarsi, gli si era rivelato con la cattura di quel prigioniero e con il colpo che gli aveva inferto.
Il conte Osterman-Tolstoj accolse gli ussari di ritorno, fece chiamare Rostov e lo ringraziò, dicendogli che avrebbe fatto presente all'imperatore la sua azione coraggiosa, sollecitando per lui la croce di San Giorgio. Quando Rostov venne chiamato per recarsi dal conte Osterman, egli ricordandosi che l'attacco era stato sferrato senza che ce ne fosse l'ordine, si convinse che il superiore lo volesse punire per la sua azione arbitraria; cosicché le parole lusinghiere di Osterman e la promessa della decorazione avrebbero dovuto tanto più lietamente stupirlo. Invece sempre quel sentimento sgradevole e confuso continuava a dargli una sorta di nausea morale.
«Cos'è che mi tormenta?» si domandò, congedandosi dal generale. «Il'in, forse? No, Il'in è sano e salvo. Mi sono forse macchiato di qualcosa? No, non si tratta di questo!» Qualcos'altro lo tormentava, come fosse stato un rimorso. «Sì, sì, è quell'ufficiale francese con la fossetta. Come mi ricordo il gesto col quale ha arrestato il mio braccio mentre lo alzavo!»
Vide i prigionieri che venivano portati via e galoppò dietro di loro per dare un'occhiata al suo francese con la fossetta sul mento. Quello, con la sua strana uniforme, sedeva in groppa a un cavallo di riserva degli ussari e si guardava intorno preoccupato. La sua ferita al braccio non era nemmeno una vera e propria ferita. Sorrise con aria ipocrita a Rostov e gli fece un segno della mano, come per salutarlo. Rostov continuava a provare un senso vago di disagio e di vergogna.
Per l'intera giornata e per quella successiva gli amici e i compagni di Rostov notarono che quest'ultimo, senza essere triste o contrariato,