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anche adesso, non so che cosa sarebbe stato di me, perché...»   
   A un tratto dagli occhi le sgorgò un fiotto di lacrime. Lei si volse, si mise lo spartito davanti agli occhi e riprese a cantare camminando su e giù per la stanza.   
   In quel momento, Petja giunse di corsa dal salotto.   
   Petja ormai era un bel ragazzo di quindici anni, il viso colorito e due labbra rosse e carnose. Assomigliava a Nataša. Si preparava all'università, ma negli ultimi tempi aveva segretamente deciso con il suo compagno Obolenskij di arruolarsi negli ussari.   
   Ed egli corse verso il suo omonimo per discutere della cosa: già lo aveva pregato d'informarsi se lo avrebbero accettato negli ussari.   
   Pierre s'era avviato verso il salotto senza badare a Petja.   
   Petja lo trasse per una manica per richiamare la sua attenzione.   
   «E allora... la mia... faccenda, Pëtr Kirilyè?... Per amor di Dio! Tutte le mie speranze stanno in voi,» diceva.   
   «Ah, sì, la tua faccenda. Per arruolarti negli ussari, eh? Ne parlerò, ne parlerò. Oggi stesso m'informerò sul da farsi.»   
   «Ebbene, mon cher, vi siete procurato il proclama?» domandò il vecchio conte. «La mia cara contessina è andata a messa dai Razumovskij; ha ascoltato una nuova preghiera, dice. Molto bella, a quanto pare.»   
   «L'ho procurato,» rispose Pierre. «Domani l'imperatore sarà qui... È stata indetta un'assemblea straordinaria della nobiltà. Pare che verrà stabilito un reclutamento di dieci su mille. Sì, congratulazioni.»   
   «Sì, sì, grazie a Dio. Be', e dal fronte, quali notizie?»   
   «I nostri si sono ancora ritirati. Si dice che siano già sotto Smolensk,» rispose Pierre.   
   «Dio mio, Dio mio!» esclamò il conte. «Ma dov'è il proclama?»   

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