«Il proclama? Ah, sì!»
Egli si mise a cercare le sue carte in tasca, ma non riusciva a trovarle. Sempre continuando a frugare nelle tasche, baciò la mano alla contessa che entrava e si guardò attorno inquieto, evidentemente aspettando Nataša che adesso non cantava più, ma d'altra parte non giungeva in salotto.
«Dio mio, non so più dove l'ho messo,» disse.
«Ecco, perde sempre tutto,» commentò la contessa.
Nataša entrò col viso intenerito e commosso, e sedette guardando Pierre in silenzio. Non appena entrata nella stanza, la faccia di Pierre, fino a quel momento così cupa, si era illuminata e, sempre continuando a cercare le carte, più volte lanciò uno sguardo furtivo.
«Perdio, faccio una corsa, l'ho dimenticato a casa. Certo...»
«Ma no, ma no, farete tardi a pranzo.»
«Ah, anche il cocchiere se ne è andato!»
Ma Sonja, che era andata in anticamera a cercare te carte, le trovò nel cappello di Pierre, dove lui le aveva accuratamente riposte sotto la fodera. Pierre avrebbe voluto mettersi a leggere.
«No, dopo pranzo,» disse il vecchio conte, che evidentemente traeva gran piacere da quella lettura.
Durante il pranzo, innaffiato da champagne in onore del nuovo cavaliere di San Giorgio, Šinšin raccontò le novità cittadine: la malattia d'una vecchia principessa georgiana, la sparizione da Mosca di Métivier, e il fatto che un tedesco era stato condotto davanti a Rastopèin dicendo che era uno champignon (a quanto raccontava lo stesso Rastopèin); ma che il conte Rastopèin aveva ordinato di rilasciare lo champignon dicendo al popolo che non si trattava di uno champignon, ma semplicemente di un