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voltarsi. La contessa scuoteva il capo in segno di disapprovazione e scontento a ciascuna delle espressioni solenni del proclama. In tutte quelle parole lei vedeva una sola cosa: che i pericoli che minacciavano suo figlio non sarebbero cessati tanto presto. Šinšin, atteggiata la bocca a un sorriso ironico, si teneva pronto a dileggiare la prima cosa che gliene offrisse il destro: della lettura di Sonja, dei commenti del conte, perfino del proclama, se non si fosse presentato uno spunto migliore.   
   Dopo aver letto dei pericoli che sovrastano la Russia, delle speranze che l'imperatore riponeva nella città di Mosca e in particolare nella sua illustre nobiltà, Sonja, con un tremito nella voce dovuto in modo precipuo all'attenzione di cui si vedeva circondata, lesse le ultime parole:   
   «"Noi non indugeremo oltre a venire in mezzo al nostro popolo, in questa capitale e negli altri centri del nostro impero, per consultarci e assumere la guida di tutte le nostre milizie; sia di quelle che attualmente sbarrano la strada al nemico, sia delle altre in fase di mobilitazione, per sconfiggerlo ovunque possa apparire. Che la rovina in cui esso presume di precipitarci possa rivolgersi contro di lui, e che l'Europa liberata dalla schiavitù esalti il nome della Russia!"»   
   «Ben detto!» esclamò il conte, riaprendo gli occhi inumiditi e ritrovandosi più volte con la parola inceppata come se gli avessero dato da fiutare una boccetta di sali fortemente aromatici. «Basta che l'imperatore parli e noi sacrificheremo tutto, non lesineremo alcunché.»   
   Šinšin non aveva ancora avuto il tempo di uscire nel suo motto scherzoso sul patriottismo del conte, che Nataša saltò dal suo posto e corse verso il padre.   
   «Che tesoro, questo nostro papà!» disse, baciandolo, e di nuovo guardò Pierre con quella civetteria inconsapevole che le era ritornata insieme

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