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   «Ma se l'avete detto voi che bisogna sacrificare tutto!»   
   «Petia, sta' zitto, ti dico!» gridò il conte, voltandosi a guardare la moglie che fissava il figlio minore, pallidissima.   
   «E io, invece, voglio dirvelo, papà. E anche Pëtr Kirilloviève lo dirà...»   
   «E io ti dico che sono pazzie! Figuriamoci ha ancora il latte sulle labbra e pretende di andare a combattere! Suvvia, basta, ti dico!» E il conte raccolse le carte, probabilmente per rileggersele ancora in studio prima della siesta, e uscì dalla stanza.   
   «Pëtr Kirilloviè, andiamo a farci una fumatina...»   
   Pierre era turbato e perplesso. Gli occhi di Nataša, pervasi di una luce vivida e inconsueta, che si rivolgevano di continuo verso di lui con qualcosa di più di un'amichevole cordialità, lo avevano piombato in quello stato.   
   «Come, a casa! Ma se volevate passare la serata da noi!... E poi vi siete messo a venire troppo di rado. E pensare che la mia figliola...» disse il conte ingenuamente indicando Nataša, «è allegra soltanto quando ci siete voi...»   
   «Be', arrivederci, allora,» disse il conte. E uscì definitivamente dalla stanza.   
   «Perché ve ne andate? Che motivo avete per essere così sconvolto? Perché?...» domandò Nataša a Pierre, guardandolo negli occhi, in modo provocante.   
   «Perché ti amo!» avrebbe voluto risponderle. Ma non pronunciò queste parole. Arrossì fino alle lacrime e chinò gli occhi.   
   «Perché è meglio che venga più di rado da voi... Perché... No, semplicemente ho degli affari da sbrigare...»   

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