a casa si era accomodato con tanta cura alla foggia degli adulti.
Sentiva di avere un aspetto impresentabile e temeva che mostrandosi così al cospetto dei gentiluomini di camera, non lo avrebbero ammesso alla presenza di Sua Maestà Imperiale. Ma la calca gli toglieva ogni possibilità di rimettersi in sesto e cambiar posto. Uno dei generali che passavano in carrozza era un conoscente dei Rostov. Petja avrebbe voluto chiedergli d'intervenire in suo aiuto, ma considerò che questo sarebbe stato un gesto poco virile. Quando tutte le carrozze furono passate, la folla si riversò all'esterno e trascinò anche Petja sulla piazza, ormai gremita. La gente era sparsa dappertutto: non solo nella piazza, ma sui tetti e sui cornicioni. Non appena Petja si trovò nella piazza, gli giunse nitido il suono delle campane che colmava tutto il Cremlino, sovrastando il gioioso vociare del popolo.
Per qualche momento sulla piazza si aprì uno spazio libero; ma all'improvviso tutte le teste si scoprirono, tutti si buttarono avanti. Petja si trovò così pigiato, che durava fatica a respirare, mentre tutti gridavano: «Urrà! Urrà! Urrà!» Il ragazzo si alzò in punta di piedi, diede spintoni, si abbarbicò agli altri; ma non riuscì a veder nulla, tranne la ressa che lo circondava.
Tutte le facce esprimevano un eguale sentimento di commozione e di entusiasmo. Una venditrice ambulante accanto a Petja singhiozzava e le lacrime le scorrevano giù dagli occhi.
«Padre, angelo, batjuska!» ripeteva, tergendosi le lacrime con le dita.
«Urrà!» si gridava da ogni parte.
Per qualche istante la folla rimaneva ferma dov'era, poi tornava a lanciarsi avanti.