Immemore di sé, stringendo i denti e sgranando ferocemente gli occhi, Petja si buttò avanti sgomitando. E anch'egli gridava «Urrà!» come se in quel momento fosse stato pronto a uccidere se stesso e ogni altro; ma ai suoi lati irrompevano visi altrettanto feroci che del pari urlavano: «Urrà!»
«Ecco dunque cosa significa, essere l'imperatore!» pensava Petja. «No, non posso presentargli di persona la mia supplica, sarebbe un gesto troppo temerario!»
Con tutto ciò non desisteva dal buttarsi avanti, sempre con lo stesso disperato accanimento, finché in mezzo alle schiene di quelli che stavano dinanzi a lui balenò per un attimo uno spazio vuoto con una guida rossa di panno stesa per terra; ma in quel momento la folla ondeggiò sospinta all'indietro (davanti, i poliziotti respingevano quelli che si erano avvicinati troppo al corteo: l'imperatore stava recandosi dal palazzo alla Cattedrale Uspenskij) e Petja si buscò un colpo così violento e inaspettato alle costole, che tutto gli si annebbiò davanti agli occhi e perse coscienza. Quando tornò in sé, un prelato con un ciuffo di capelli grigi sulla fronte e una logora tunica azzurra (probabilmente un suddiacono) lo sorreggeva sotto l'ascella con una mano e con l'altra lo difendeva dalla folla che incalzava da ogni parte.
«Hanno schiacciato questo povero signorino!» diceva il suddiacono. «Ma che modi sono, questi!... Piano!... Adagio!... lo avete schiacciato.»
L'imperatore aveva raggiunto la cattedrale Uspenskij. Di nuovo la folla si sparpagliò e il suddiacono condusse Petja, pallido e stremato, fino allo «Zar Cannone». Qualcuno ebbe pietà di Petja, finché a un tratto tutta la folla prese a interessarsi di lui e intorno alla sua persona si assiepò la calca. I più vicini lo soccorrevano, gli sbottonavano la giacchetta, lo