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facevano sedere sulla parte più alta del cannone, se la prendevano con quelli che l'avevano ridotto a quel modo.   
   «Così si ammazza la gente! Questo si chiama commettere un assassinio! Guardate, poverino, è bianco come un lenzuolo!» risuonavano qua e là varie voci.   
   Petja non tardò a riprendersi; il viso ritrovò il suo colorito, il dolore passò e, grazie a quell'incidente passeggero, ebbe un posto sul cannone, donde sperava di scorgere l'imperatore, che di certo avrebbe fatto, tornando, lo stesso percorso! Petja ormai non pensava più a consegnare la supplica. Si accontentava di vederlo: si sarebbe considerato abbastanza fortunato!   
   Mentre nella cattedrale Uspenskij si celebrava la messa (e a questa si aggiungeva un Te Deum per l'arrivo dell'imperatore e una preghiera di ringraziamento per la stipulazione della pace con i turchi) la folla si diradò; comparvero vocianti venditori di kvas, di panpepato, di semi di papavero - dei quali Petja era particolarmente ghiotto - mentre intorno risuonavano i soliti discorsi. Una venditrice ambulante mostrava il suo scialle strappato e andava ripetendo quanto caro le fosse costato; un'altra si lamentava che ormai i tessuti di seta erano tutti carissimi. Il suddiacono, il salvatore di Petja, chiacchierava con un funzionario menzionando a uno a uno i prelati, che quel giorno avevano celebrato col reverendissimo vescovo. Il suddiacono ripeté più volte la parola «pontificare», di cui Petja non capiva il significato. Due giovani della piccola borghesia scherzavano con certe ragazze della servitù che sgranocchiavano nocciole. Tutti quei discorsi, e soprattutto gli scherzi con le ragazze, per Petja, data la sua età, potevano rivestire particolare attrattiva; ma in un simile frangente non lo interessavano. Se ne stava

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