lassù, sopra il cannone, in preda all'emozione che sempre provava al pensiero dell'imperatore e dell'amore che aveva per lui. La coincidenza della sensazione di dolore e di spavento, quando la folla lo aveva schiacciato, e del sentimento di entusiasmo, accentuava in lui la consapevolezza della solennità di quel momento.
A un tratto dal lungofiume echeggiarono dei colpi di cannone (sparavano per celebrare la pace con i turchi) e la folla si buttò a precipizio in quella direzione, a vedere i cannoni che sparavano. Anche Petja avrebbe voluto correre laggiù, ma il suddiacono, che aveva preso il signorino sotto la sua protezione, non glielo permise. Le cannonate risuonavano ancora, quando dalla cattedrale Uspenskij uscirono di corsa ufficiali, generali, gentiluomini di camera; poi, meno concitati, uscirono altri personaggi. Di nuovo le teste si scoprirono, e quelli che erano corsi a guardare i cannoni, si precipitarono indietro. Finalmente dalla porta della cattedrale uscirono altri quattro uomini con uniformi e fusciacche. «Urrà! Urrà!» gridò di nuovo la folla.
«Qual è? Qual è?» domandava Petja con voce piagnucolante a chi gli stava attorno; ma nessuno gli rispondeva. Tutti erano in preda all'entusiasmo. Allora Petja, sceltasi una di quelle quattro persone di cui, a causa delle lacrime che gli venivano agli occhi per la gioia, non riusciva da discernere i tratti, concentrò su di essa tutto il suo entusiasmo; e sebbene costui non fosse l'imperatore, si mise a gridare «urrà!» a squarciagola, mentre fra sé pensava che l'indomani stesso a qualunque costo, sarebbe stato un soldato.
La folla corse dietro l'imperatore, accompagnandolo fino alla reggia, poi cominciò a disperdersi. Era già tardi; Petja non aveva mangiato nulla e grondava di sudore, ma non andò a casa. Mescolato a quella folla