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diradata ma ancora abbastanza numerosa indugiò davanti al palazzo ove adesso Sua Maestà sedeva a mensa, spiando le finestre, in attesa che accadesse qualcos'altro e preso da invidia sia per i dignitari che varcavano l'ingresso per prender parte alla cena dell'imperatore, sia per i camerieri che servivano a tavola e s'intravedevano dietro le impannate.   
   Alla tavola dell'imperatore, Valuev disse a un tratto, voltandosi verso la finestra:   
   «Il popolo spera di vedere ancora Vostra Maestà.»   
   Il pranzo volgeva al termine. L'imperatore si alzò, terminando di mangiare un biscotto, e uscì sul balcone. Il popolo, con Petja in mezzo, si precipitò verso il balcone.   
   «Angelo, batjuška! Urrà! Padre... Urrà!» gridarono Petja e tutti gli altri; e di nuovo le baby e alcuni uomini più vulnerabili (fra cui lo stesso Petja) si misero a piangere di emozione e di felicità.   
   Il biscotto che l'imperatore teneva in mano si ruppe e finì sulla ringhiera del balcone, e di qui cadde a terra. Un cocchiere in caffettano, che era più vicino di tutti, si avventò su quel pezzo di biscotto e lo raccolse. Qualcuno si buttò sul cocchiere. L'imperatore se ne accorse, e ordinato di portargli il piatto dei biscotti si mise a gettarne dal balcone.   
   A Petja gli occhi si iniettarono di sangue: il pericolo di finire schiacciato lo eccitò ancor di più, e si gettò sui biscotti. Non sapeva perché, ma capiva che bisognava prendere un biscotto dalle mani dello zar, non si poteva dare per vinto. Si buttò avanti e fece stramazzare una vecchia che stava per raggiungere uno dei biscotti. Ma la vecchia non si diede per vinta, sebbene fosse finita lunga e distesa (annaspava per prendere i biscotti ma non mirava giusto). Petja le scostò violentemente

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