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   Tutti i nobili - anche quelli che Pierre vedeva ogni giorno al club, o nelle loro case - indossavano l'uniforme, chi del tempo di Caterina, chi dello zar Paolo; altri portavano la nuova uniforme di Alessandro, altri ancora l'uniforme comune della classe aristocratica. E il fatto che tutti vestissero in questa guisa conferiva alcunché di strano e di fantastico a quell'accolita eterogenea per età e peculiarità individuali, anche se tutti si conoscevano. Colpivano soprattutto i vecchi, mezzo ciechi, calvi, sdentati, gonfi di grasso giallognolo, oppure rugosi e rinsecchiti. Per lo più sedevano al loro posto e tacevano o se talvolta passeggiavano e parlavano, si univano sempre a chi era più giovane. Come sui visi della folla che Petja aveva visto nella piazza, anche su queste facce era dipinto un sentimento contrastante, misto di attesa per qualcosa di solenne, e al tempo stesso un che di consueto, qualcosa della sera avanti: la partita a boston, il cuoco Petruška, la salute di Zinaida Dmitrievna, e via discorrendo.   
   Impacciato dalla sua scomoda divisa nobiliare, diventata troppo stretta per la sua corporatura, Pierre era in quelle sale fin dalla prima mattina. Era molto agitato: l'assemblea straordinaria non solo della nobiltà, ma anche dei mercanti - questa convocazione degli états généraux - suscitava in lui tutta una ridda di pensieri che da tempo lo avevano abbandonato, ma che si erano profondamente radicati nella sua anima, sulla scia del Contrat Social e della Rivoluzione francese. Le parole che aveva notato nel proclama, secondo le quali l'imperatore sarebbe giunto nella capitale per consultarsi col suo popolo, lo confermavano in quest'opinione. Ed egli, nella presunzione che in questo senso si stesse verificando qualcosa che lui s'aspettava da tempo, passeggiava, osservava, tendeva l'orecchio alle conversazioni altrui; ma nessuno esprimeva quei sentimenti che tanto

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