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chiara:   
   «Suppongo, egregio signore,» disse il senatore biascicando con la sua bocca sdentata, «che non siamo stati chiamati qui per giudicare che cosa sia più opportuno per lo Stato in questo momento: la coscrizione o le milizie a cura dei privati. Noi siamo stati convocati per rispondere al proclama che Sua Maestà si è benignato rivolgerci. E lasceremo alla sua suprema autorità di giudicare che cosa sia più opportuno; se la circoscrizione o le milizie...»   
   Pierre a un tratto trovò una via di sfogo alla sua eccitazione. Si sentiva adirato contro questo senatore che portava tanta correttezza e ristrettezza di vedute nei problemi di cui la nobiltà avrebbe dovuto occuparsi. Pertanto avanzò d'un passo e lo fermò. Non sapeva nemmeno lui che cos'avrebbe detto, ma prese a parlare animatamente uscendo in espressioni francesi intercalate da un russo che scansava allocuzioni libresche.   
   «Scusatemi, eccellenza,» cominciò (Pierre conosceva benissimo quel senatore, ma in questa circostanza ritenne doveroso rivolgergli la parola in forma ufficiale), «anche se non sono d'accordo con il signor... (Pierre s'imbrogliò: avrebbe voluto dire mon honorable préopinant), con il signore... que je n'ai pas l'honneur de connaître: suppongo tuttavia che il ceto nobiliare, oltre ad esprimere la sua solidarietà e il suo entusiasmo, sia stato chiamato altresì per giudicare dei provvedimenti in base ai quali le è dato di giovare alla nazionale. Io credo,» continuò Pierre, animandosi, «che anche l'imperatore sarebbe contrariato e deluso se in noi trovasse solo dei proprietari di contadini disposti a dargli i nostri uomini e la... chair à canon che siamo pronti a fare di noi stessi, ma non trovasse nella classe aristocratica anche un... un valido parere.»   

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