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   Molti s'erano allontanati dal gruppo, notando il sorriso sarcastico e sprezzante del senatore e la franca intonazione di Pierre; solo Il'ja Andreiè era soddisfatto delle parole di Pierre, come del resto aveva approvato il discorso dell'ufficiale di marina, del senatore e, in genere conveniva sempre con l'opinione dell'ultima persona che gli avveniva di ascoltare.   
   «Ritengo che prima di esaminare questi problemi,» proseguì Pierre, «noi si debba chiedere all'imperatore, informarci con molto ossequio presso Sua Maestà, per sapere a quanto ammontano le forze armate, in quale posizione si trovano le nostre truppe; dopo di che...»   
   Ma Pierre non fece in tempo a pronunciare queste parole che all'improvviso da tutte le parti gli si scagliarono contro. Più impetuoso di ogni altro lo investì Stepan Stepanoviè Apraksin, gran giocatore di boston, che lui conosceva da tempo e gli aveva sempre manifestato simpatia. Stepan Stepanoviè era in uniforme; ma fosse per questo o per altro motivo, ora Pierre aveva davanti a sé tutt'altro uomo. Con rabbia senile rivelatasi all'improvviso Stepan Stepanoviè gridò a Pierre:   
   «Prima di tutto vi faccio presente che noi non abbiamo il diritto di chiedere al sovrano una cosa del genere; in secondo luogo, anche se la nobiltà russa avesse codesto diritto, l'imperatore non sarebbe in grado di risponderci. Le truppe si muovono in conformità alle mosse del nemico, le truppe scemano o si accrescono...»   
   Un'altra voce, di un uomo di media statura, sulla quarantina, che Pierre in passato aveva veduto dagli zingari e conosceva come un abile e poco onesto giocatore di carte, fattosi avanti (anch'egli trasformato dall'uniforme) si accostò a Pierre e interruppe Apraksin.   
   «Non è questo il momento di discutere» disse la voce di quest'altro

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