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   «Per prima cosa carta da lettere, ascoltami bene: otto risme da venticinque fogli uguali a questo campione, col taglio dorato... Ma attento: devono essere assolutamente uguali al campione. Poi della ceralacca, secondo la nota di Michail Ivanyè.»   
   Passeggiò ancora un poco per la stanza; poi diede un'occhiata agli appunti che aveva preso come pro memoria.   
   «Seconda cosa, dovrai consegnare personalmente al governatore una lettera, per una registrazione.»   
   Quindi occorrevano dei catenacci per le porte della nuova costruzione, rigorosamente conformi al modello che aveva studiato il principe stesso. Infine bisognava ordinare una cassetta chiusa da una ribalta, per riporvi il testamento.   
   Le disposizioni ad Alpatyè si protrassero per più di due ore. Il principe continuava a trattenerlo. Sedette, si immerse nei suoi pensieri, poi chiuse gli occhi e si assopì. Alpatyè ebbe un movimento.   
   «Bene, va' pure, adesso. Se ci fosse altro ti manderò a chiamare.»   
   Alpatyè uscì. Il principe tornò ad avvicinarsi al bureau; vi sbirciò dentro, con la mano sfiorò ancora una volta le sue carte, poi chiuse il bureau e sedette al tavolo per scrivere la lettera al governatore.   
   Era tardi quando si alzò in piedi, con la lettera già sigillata. Avrebbe voluto dormire, ma sapeva che non si sarebbe addormentato e che a letto sarebbe stato assalito da cupi pensieri. Chiamò Tichon e con lui si avviò attraverso le stanze per dirgli dove avrebbe dovuto fargli il letto, per quella notte. Girava qua e là, misurando con gli occhi ogni angolo più riposto.   
   Dappertutto gli sembrava che non andasse bene; ma il solito divano nello studio era il luogo peggiore, senza dubbio a causa dei pensieri

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