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angosciosi che lo assalivano quando vi si coricava. Non c'era un posto che andasse bene, e tuttavia quello migliore era l'angoletto nella stanza dei divani, dietro il pianoforte: lì ancora non gli era accaduto di dormire.   
   Tichon trasportò il letto, aiutato dal cameriere, e si mise a prepararlo.   
   «Non così, non così!» strillò il vecchio principe; e di sua mano lo spostò di una spanna scostandolo dall'angolo, poi di nuovo tornò ad accostarlo.   
   «Ah, finalmente ho provveduto a tutto, ora potrò riposare,» pensò il principe, e chiese a Tichon di svestirlo.   
   Contraendo il viso in smorfie di stizza a causa dello sforzo che bisognava fare per sfilarsi i pantaloni e il caffettano, il principe si spogliò; poi si lasciò cadere pesantemente sul letto e qui rimase soprapensiero, fissando con sprezzo le proprie gambe gialle e rinsecchite. In realtà non pensava, ma indugiava ad affrontare lo sforzo che lo aspettava per alzare quelle gambe e spostarsi sul letto. «Ah, che fatica!» pensava. «Ah, se queste fatiche cessassero, una buona volta, e mi lasciaste in pace, voialtri!» Alla fine strinse le labbra, fece per la ventimillesima volta quello sforzo e si coricò. Ma si era appena adagiato nel letto, che subito il suo giaciglio prese a spostarsi ritmicamente sotto di lui, muovendosi avanti e indietro come se sussultasse e fosse sollevato da un respiro pesante. Gli accadeva quasi ogni notte. Subito riaprì gli occhi che aveva già chiusi.   
   «Non ho un istante di pace, maledetti!» brontolò adirato contro qualcuno. «Sì, sì, c'era qualcos'altro di molto importante, qualcosa di molto importante che mi ero tenuto in serbo per stanotte in letto. I catenacci? No, a questo ho provveduto. No, era qualcos'altro...

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