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qualcos'altro in salotto. La principessina Mar'ja diceva non so quali sciocchezze... Dessalles, quell'imbecille, diceva anche lui qualcosa, Qualcosa che ho messo in tasca, non riesco a ricordare!»   
   «Tiška! Di che cosa si è parlato a pranzo?»   
   «Del principe, di Michail...»   
   «Taci, taci...» Il principe batté la mano sul tavolo. «Ma sì, ora lo so, la lettera del principe Andrej. La principessina Mar'ja me l'ha letta. Dessalles ha detto qualcosa a proposito di Vitebsk. Adesso bisogna che la legga.»   
   Ordinò di prendere la lettera dalla sua tasca e di accostare al letto il tavolino con la limonata e le candele a torcetto; poi, inforcati gli occhiali, prese a leggere. E solo ora, come in un lampo, nel silenzio della notte, alla tenue luce che filtrava sotto il paralume verde, comprese il significato di quella lettera.   
   «I francesi sono a Vitebsk, in quattro giornate di marcia possono raggiungere Smolensk... forse vi sono già arrivati.»   
   «Tiška!» Tichon era balzato su. «No, non importa, non fa niente!» gridò il principe.   
   Nascose la lettera sotto il candeliere e chiuse gli occhi. E gli apparvero il Danubio, il balenare luminoso del mezzogiorno, i canneti, l'accampamento russo: ed ecco lui che entrata: lui, giovane generale, senza una ruga in volto, allegro, brioso, colorito, nella tenda decorata di Potëmkin; e il bruciante sentimento d'invidia che allora aveva provato nei confronti del favorito dell'imperatrice, ora tornò ad assalirlo con la stessa virulenza? E gli appare una donna non alta, piuttosto massiccia, il viso pingue e giallognolo: l'imperatrice-madre. Rivide i suoi sorrisi, riudì le parole con le quali lo aveva accolto la prima volta in benevola

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