quarant'anni, nero, pingue, sanguigno con le labbra grosse, con un naso carnoso simile a un bernoccolo, un paio di analoghi bernoccoli sopra le nere sopracciglia, e un ventre gonfio e ridondante.
Ferapontov, in panciotto e camicia indiana, se ne stava sulla soglia della bottega, che si apriva sulla strada. Vedendo Alpatyč, gli andņ incontro.
«Salute, Jakov Alpatyč,» disse. «La gente scappa dalla cittą e tu ci vieni.»
«Ma che ragione hanno di scappare?» chiese Alpatyč.
«Č quello che dico anch'io: la gente č stupida. Hanno una tal paura di questi francesi!»
«Tutte chiacchiere, roba da donnette!» esclamņ Alpatyč.
«Pare proprio anche a me, Jakov Alpatyč. Io dico una cosa; se c'č un proclama che ingiunge di non lasciarli entrare, č segno che andrą cosģ! E intanto i contadini vogliono tre rubli per una carretta. Dove hanno la coscienza, dico io?»
Jakov Alpatyč l'ascoltava distratto. Chiese che gli preparasse il samovar e del fieno per i cavalli; poi, quand'ebbe bevuto il suo tč, andņ a dormire.
Per tutta la notte davanti alla locanda transitarono truppe. L'indomani Alpatyč indossņ la giacca che portava soltanto in cittą e cominciņ a sbrigare le sue commissioni. Era una mattina di sole: alle otto faceva gią caldo. Una giornata ideale per mietere il grano, pensava Alpatyč. Di lą dalla cittą fin dall'alba avevano preso ad echeggiare quei colpi.
Dalle otto in avanti, al crepitare della fucileria s'aggiunse il rombo delle cannonate. Le strade erano piene di gente che correva chissą dove, e molti soldati; ma le vetture di piazza circolavano come sempre, i