negozianti se ne stavano sulla porta delle botteghe, nelle chiese si celebravano le funzioni religiose. Alpatyč fece le compere, si recņ al tribunale, alla posta, dal governatore. E ovunque, al tribunale, nei negozi, alla posta, tutti parlavano della guerra, del nemico che gią muoveva all'attacco della cittą. Tutti si domandavano a vicenda che cosa convenisse fare, e tutti cercavano di tranquillizzarsi a vicenda.
Davanti alla residenza del governatore Alpatyč trovņ grande folla, alcuni cosacchi e una carrozza di lusso che apparteneva al governatore. Sull'ingresso s'imbatté in due signori nobili, proprietari terrieri, uno dei quali gli era noto. Quest'ultimo, ex capo della polizia rurale, stava parlando con molta foga.
«C'č poco da scherzare,» diceva. «Fortunato chi č solo. Una testa anche se povera, č sempre una sola; ma quando in famiglia si č in tredici, e per giunta tutti i beni... Ci hanno ridotti al punto di finir tutti quanti in malora. Ma che razza di governo č mai questo? Bisognerebbe mandarli alla forca quei briganti...»
«Ma via, basta...» diceva l'altro.
«E che m'importa? Mi sentano pure! Dopo tutto non siamo cani,» continuņ l'ex capo della polizia rurale. Si volse attorno e vide Alpatyč.
«Ah, Jakov Alpatyč, come mai siete qui?»
«Devo recarmi dal governatore per ordine di Sua Eccellenza!» rispose Alpatyč alzando fieramente il capo e portandosi una mano al petto, come faceva sempre quando nominava il principe. «Sua Eccellenza s'č degnato incaricarmi di prendere informazioni sulla situazione,» continuņ.
«La situazione?» prese a gridare il proprietario. «Ci hanno ridotti al punto che non abbiamo nemmeno una carretta. Niente... Ecco, senti?» e indicņ la direzione donde provenivano gli spari.