«Ci hanno ridotti al punto che finiremo tutti quanti in malora, quei briganti!» ripeté ancora una volta, e scese la scalinata dell'ingresso.
Alpatyè scosse il capo e salì i gradini. Nell'anticamera c'erano mercanti, donne, impiegati, che ogni tanto si scambiavano in silenzio un rapida occhiata. La porta dello studio si aprì: tutti si alzarono dai loro posti e si spinsero avanti. Dalla porta uscì di corsa un funzionario, confabulò brevemente con un mercante, chiamò un grasso funzionario e gli chiese di seguirlo, poi scomparve di nuovo dietro la porta, con l'evidente proposito di sottrarsi a tutti gli sguardi e alle innumerevoli domande che gli venivano rivolte. Alpatyè si portò avanti, e non appena il funzionario riapparve, infilò la mano sotto la giacca sbottonata porgendogli senza esitare le due lettere.
«Al signor barone Asch da parte del generale en chef principe Bolkonskij,» profferì in tono così solenne e significativo, che il funzionario fu costretto a prestargli attenzione e a prendere le lettere.
Pochi minuti dopo il governatore ricevette Alpatyè e frettolosamente gli disse:
«Riferisci al principe e alla principessa che io non so nulla. Ho agito in base a ordini superiori, ecco qua...» E porse una carta ad Alpatyè. «Però, dal momento che il principe non sta bene, il mio consiglio è che partano per Mosca. Anch'io sto per andarmene. Riferisci che...»
Ma il governatore non concluse la frase: dalla porta irruppe, coperto di polvere e madido di sudore, un'ufficiale che prese a dire qualcosa in francese. Sulla faccia del governatore si dipinse un'espressione sgomenta.
«Va!» disse facendo un cenno col capo ad Alpatyè e si mise a interrogare l'ufficiale.