propri cavalli e la vettura. Il cocchiere dormiva; lui lo svegliò e gli diede ordine di attaccare i cavalli, poi entrò nel vestibolo. Dalla camera dei padroni giungevano i singhiozzi strazianti di una donna, un pianto di bambini e il gridare rauco e iroso di Ferapontov. Quando Alpatyè entrò nell'andito, la cuoca si agitava qua e là, come una gallina spaventata.
«L'ha ammazzata, l'ha picchiata a morte!... L'ha picchiata, l'ha trascinata attorno, la mia padrona! Vedete com'è ridotta!»
«Perché?» domandò Alpatyè.
«Voleva partire. Sapete, le donne... Si capisce. Portami via, diceva, non farmi morire qui insieme coi miei bambini! La gente, dice, se n'è andata tutta; perché noi dobbiamo restare? dice. E così lui l'ha picchiata. Come l'ha battuta! L'ha trascinata di qua e di là!»
Alpatyè annuì come in un gesto di approvazione; poi non volendo saperne di più, si avviò verso la porta opposta a quella della camera dei padroni, dove aveva depositato le sue compere.
«Sei un mostro, un assassino!» urlò in quel momento la donna pallida ed emaciata con un bambino in braccio e con il fazzoletto a mezzo strappato dai capelli, uscendo a precipizio dalla porta e precipitandosi giù per la scaletta in cortile. Ferapontov uscì dietro di lei, ma nel vedere Alpatyè si accomodò il panciotto, si ravviò i capelli, ebbe uno sbadiglio ed entrò con Alpatyè nella propria camera.
«Come, vuoi già partire?» gli domandò.
Senza rispondere a quella domanda, e senza una sola occhiata per il padrone della locanda, Alpatyè chiese quanto gli dovesse per il pernottamento e intanto andava facendo ordine tra i suoi acquisti.
«Adesso faremo il conto! Allora, dimmi, sei stato dal governatore?» domandò Ferapontov. «Che decisione hanno preso?»