Alpatyè rispose che non c'era niente di preciso, in quel che gli aveva detto il governatore.
«Dunque, possiamo provvedere allo sgombero a spese nostre?» disse Ferapontov. «Di qui a Dorogobuž ci vogliono sette rubli per ogni carro! Quando ti dico che non hanno coscienza!» esclamò. «Selivanov, quello sì che ha fatto un bel colpo: ha venduto la farina all'esercito a nove rubli il sacco. Di' un po' la prendi una tazza di tè?» aggiunse.
Mentre provvedeva ad attaccare i cavalli, Alpatyè e Ferapontov bevvero il tè e chiacchierarono del prezzo del grano, del raccolto e del tempo favorevole alla mietitura.
«Pare che si siano un po' calmati,» osservò Feranpotov, dopo aver bevuto tre tazze di tè e si alzò in piedi. «Si vede che i nostri hanno avuto la meglio. E poi lo hanno scritto che non li avrebbero lasciati passare. Vuol dire che la forza c'è... Oggi si diceva che Matvej Ivanyè Platov li ha cacciati a ridosso del fiume Marina; ne ha affogati diciottomila in un giorno!»
Alpatyè radunò tutte le sue compere, le diede al cocchiere e pagò l'albergatore. Sotto l'andito del portone echeggiò il rumore delle ruote, degli zoccoli e dei sonagli della kibitka che usciva dal cortile.
Mezzogiorno era già trascorso da un pezzo. Un lato della strada era in ombra, l'altro era illuminato dalla vivida luce del sole. Alpatyè guardò fuori della finestra e si avviò verso la porta. A un tratto si udì un rumore insolito simile a un sibilo acuto seguito da un tonfo. Subito dopo rimbombò a lungo un fragore confuso di cannonate, che fece tremare i vetri.
Alpatyè uscì sulla strada; due uomini correvano lungo la strada, in direzione del ponte. Da vari punti udivano sibili, tonfi di palle di