cannone e scoppi di granate che piovevano sulla città. Ma questi rumori quasi non avvertivano e non calamitavano l'attenzione degli abitanti, in confronto al fragore del cannoneggiamento che giungeva da fuori città. Era il cannoneggiamento che Napoleone aveva ordinato di aprire sulla città a partire dalle cinque del pomeriggio, mettendo in azione centotrenta cannoni. E sulle prime la popolazione non ne capì il significato.
Dapprima il fragore delle granate e il tonfo delle palle da cannone suscitarono soltanto curiosità. La moglie di Ferapontov, che fino a quel momento non aveva cessato di piangere e lamentarsi sotto la tettoia, era ammutolita di colpo, e col bambino in braccio s'era affacciata al portone guardando in silenzio la gente e tendendo l'orecchio ai rumori.
S'affacciarono dal portone anche la cuoca e un commesso di bottega. E, tutti, con allegra curiosità, cercavano di avvistare i proiettili che volavano sopra le loro teste. Da un angolo sbucò un gruppo di persone che chiacchieravano animatamente.
«Che forza!» diceva uno. «Tetto, soffitto, ha mandato tutto quanto in briciole!»
«Ha scavato in terra come un porco,» diceva un altro. «In gamba, eh? Mi ha messo l'allegria in corpo!» aggiunse, ridendo. «Meno male che ho fatto quel salto se no finivo spiaccicato.»
La gente si rivolse a costoro, chiedendo spiegazioni. Questi soffermandosi, presero a raccontare come una palla di cannone aveva colpito una casa proprio mentre loro passavano. Intanto altri proiettili - le palle con un fischio subitaneo e sinistro, le granate con un sibilo smorzato e sommesso - non cessavano di volare sulla testa della gente; ma nessun proiettile cadeva nelle immediate vicinanze; tutti passavano oltre. Alpatyè salì sulla kibitka. Il padrone era in piedi sulla soglia.