«Che cosa stai a guardare!» gridò quest'ultimo alla cuoca che in gonna rossa e con le maniche rimboccate muovendo avanti e indietro i gomiti nudi si avvicinava alla cantonata per ascoltare che stavano raccontando.
«Cose da pazzi!» diceva lei; ma nell'udire la voce del padrone se ne tornò indietro abbassandosi la gonna.
Di nuovo, ma questa volta molto vicino, qualcosa fischiò come un uccello che volasse puntando verso il basso; in mezzo alla via balenò un chiarore, poi risuonò un colpo secco e la strada fu invasa dal fumo.
«Canaglia, che cosa fai?» gridò il padrone correndo verso la cuoca.
In quello stesso istante da varie parti si udirono voci lamentose di donne: un bambino spaventato scoppiò in lacrime e la gente si affollò in silenzio intorno alla cuoca, il viso pallido e contratto.
«Oh, povere colombelle mie! Colombelle mie, non lasciatemi morire! Ah, colombelle mie!...»
Cinque minuti più tardi nella strada non c'era anima viva. La cuoca che aveva una coscia dilaniata da un frammento di granata, venne trasportata in cucina. Alpatyè, il suo cocchiere, la moglie di Ferapontov con il bambino e il portiere della locanda erano chiusi in cantina e tendevano l'orecchio. Il boato dei cannoni, il sibilo dei proiettili e il cupo lamento della cuoca che sovrastava ogni altro clamore non si chetavano nemmeno un istante. La padrona ora cullava e tentava di tranquillizzare il bambino che teneva in collo, ora con un bisbiglio lamentoso chiedeva a tutti quelli che scendevano in cantina dove fosse suo marito, che era rimasto per la strada. Scese in cantina anche il commesso e le disse che il padrone era andato con tanta altra gente alla cattedrale, dove avevano esposto l'icona miraracolosa della Madonna di Smolensk.
Nel tardo pomeriggio le cannonate diminuirono d'intensità. Alpatyè uscì