aperta di Ferapontov una decina di soldati che in un gran baccano di voci riempivano i sacchi e gli zaini di farina di frumento e di semi di girasole. In quel momento, tornando dalla strada, entrò nella bottega Ferapontov. Vedendo i soldati, fu sul punto di gridare qualcosa; ma a un tratto si bloccò di colpo, e afferrandosi i capelli con le mani scoppiò in un riso convulso, in una risata rotta dal singulti.
«Portate via tutto, ragazzi! Non lasciate niente a quei maledetti» si mise a urlare; e di sua mano afferrava i sacchi e li scaraventava nella strada.
Alcuni soldati, spauriti, fuggirono; altri continuarono a fare il loro bottino. Quando vide Alpatyè, Ferapontov si rivolse a lui.
«È finita! Rasseja» gridò. «Alpatyè è finita, ti dico! Do fuoco a tutto, io. È finita...» E Ferapontov corse in cortile.
La strada era ingombra di soldati, che transitavano senza posa, tanto che Alpatyè non poté passare e fu costretto ad attendere. Anche la moglie di Ferapontov con i bambini era seduta in una carretta da contadini, in attesa che fosse possibile transitare.
Era ormai buio. Il cielo era stellato; e ogni tanto vi splendeva, velata dal fumo, quella tenue falce di luna. Lungo la discesa verso il Dnepr la kibitka di Alpatyè e della moglie di Ferapontov, che procedevano lente fra le file dei soldati, dovettero fermarsi. Non lontano dal crocevia presso il quale si erano arrestati i due veicoli, andavano a fuoco in fondo a un vicolo una casa e alcune botteghe. L'incendio stava scemando. Le fiamme guizzavano più basse perdendosi nel fumo nerastro; poi, di colpo, divampavano vivide, e con strana evidenza illuminavano le facce della gente che si affollava all'incrocio. Contro il bagliore dell'incendio spiccavano ogni tanto nere sagome di persone, si udivano