voci e richiami e grida. Alpatyč, che era sceso dal calesse, rendendosi conto che per il momento non avrebbe potuto proseguire si portņ nel vicolo per osservare l'incendio. Soldati andavano e venivano senza un attimo di tregua davanti al fuoco; e vide, Alpatyč, che due di loro aiutati da un uomo con un pastrano d'ispida lana, trascinavano fuori dall'incendio, attraverso la strada, fino al cortile della casa attigua, alcune assi accese. Altri portavano bracciate di fieno.
Alpatyč si avvicinņ a un folto gruppo di persone che osservavano un grande fienile divorato dalle fiamme. I muri erano avvolti dal fuoco; la parete posteriore era crollata, il tetto di tavole era sfondato, le travi ardevano. La folla, lo si capiva, attendeva di vedere sprofondare il tetto. E anche Alpatyč si mise in attesa con gli altri.
«Alpatyč!» A un tratto il vecchio si sentģ chiamare da una voce che gli era nota.
«Batjuka, Eccellenza,» rispose, riconoscendo all'istante la voce del suo giovane principe.
Il principe Andrej avvolto in un mantello, in sella a un cavallo nero, era fermo dietro la folla e aveva lo sguardo fisso su Alpatyč.
«Come mai sei qui?» domandņ.
«Vostra... Vostra Eccellenza,» prese a dire Alpatyč, la voce rotta dai singhiozzi. «Vostra... Vostra... ma siamo dunque perduti? Batjuka...»
«Come mai sei qui?» chiese ancora il principe Andrej.
In quel momento le fiamme divamparono pił gagliarde e illuminarono agli occhi di Alpatyč il volto pallido ed esausto del suo giovane padrone. Alpatyč rispose che era stato mandato in cittą e che a stento e a fatica aveva potuto ripartire.
«Allora, Eccellenza, siamo davvero perduti?» domandņ una seconda volta.