interamente dedito alle cure del reggimento, pieno di premure per i suoi uomini e i suoi ufficiali, e li trattava con affabilità. Nel reggimento lo chiamavano il nostro principe: erano fieri di lui e gli volevano bene. Ma egli si mostrava buono e mite solo con i suoi uomini come Timochin e gli altri, persone estranee che nulla sapevano del suo passato. Infatti, non appena si imbatteva in qualcuno dei suoi colleghi d'un tempo, gli uomini dello Stato Maggiore, subito tornava a drizzar gli aculei: si mostrava irascibile, sarcastico, sprezzante. Tutto ciò che lo riportava al passato suscitava la sua insofferenza: pertanto, nei riguardi del mondo ch'era stato il suo, si sforzava soltanto di non essere ingiusto e di adempiere correttamente al proprio dovere.
In realtà, tutto si presentava al principe Andrej in una luce sinistra, specie dopo l'evacuazione di Smolensk del 6 agosto (secondo il suo concetto, Smolensk poteva e doveva essere difesa) e dopo che suo padre malato aveva dovuto fuggire abbandonando al saccheggio la tanto amata residenza di Lysye Gory, da lui stesso costruita e abitata. Ma nonostante questo, grazie al reggimento di cui il principe Andrej aveva il comando, egli aveva modo di volgere altrove i suoi pensieri, a qualcosa di affatto autonomo dai problemi d'ordine generale, e cioè - appunto - il reggimento. Il 10 agosto la colonna di cui faceva parte il suo reggimento giunse all'altezza di Lysye Gory. Due giorni prima il principe Andrej aveva ricevuto la notizia che suo padre, il figlio, la sorella erano partiti per Mosca. Sebbene non avesse nulla da fare a Lysye Gory, per l'inclinazione tutta propria a esacerbare, decise che doveva vedere la casa paterna, almeno per un breve momento.
Ordinò che gli sellassero il cavallo, e dal luogo di tappa si diresse verso la tenuta paterna, dov'era nato e dove aveva trascorso la sua