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Saputo dell'arrivo del principe Andrej, uscģ con gli occhiali sul naso, abbottonando la giubba. Si fece incontro al principe con passo affrettato; poi, senza dire una sola parola, scoppiņ a piangere baciandolo su un ginocchio.   
   Ma tosto si drizzņ, con un motto di stizza per la propria debolezza, e prese a riferire la situazione al principe Andrej. Tutte le suppellettili preziose, tutti gli oggetti di valore erano stati portati a Bogučarovo. Anche duecento quintali di grano erano stati trasportati via; il fieno e il grano maggengo - un raccolto, a detta di Alpatyč, veramente eccezionale, quell'anno - erano stati requisiti e falciati ancora verdi dalle truppe. I contadini erano ridotti alla fame, molti se n'erano andati anch'essi a Bogučarovo, solo qualcuno era rimasto.   
   Senza ascoltarlo fino in fondo, il principe Andrej chiese quando fossero partiti suo padre e sua sorella; e intendeva quando fossero partiti per Mosca. Alpatyč, credendo che la sua domanda si riferisse alla partenza per Bogučarovo, rispose che erano partiti il giorno sette, e tornņ a diffondersi sui problemi dell'amministrazione, chiedendo istruzioni.   
   «Mi ordinate di consegnare l'avena alle truppe dietro ricevuta? Ce ne rimangono ancora circa milleduecento quintali,» disse Alpatyč.   
   «Che cosa posso rispondergli?» pensava il principe Andrej, guardando la testa calva del vecchio che riluceva al sole; e dal suo volto capiva che anch'egli si rendeva conto dell'intempestivitą di simili domande; ma si poneva quegli interrogativi al solo scopo di soffocare il proprio dolore.   
   «Sģ, lascia pure che la prendano,» rispose Andrej.   
   «Forse avrete notato i danni in giardino,» disse Alpatyč, «ma era impossibile evitarli: sono passati tre reggimenti e ci hanno pernottato,

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