calmarli. Aveva pensato che la cosa migliore era lavarsi dentro la rimessa.
«Carne, corpi, chair à canon!» pensava, guardando adesso anche il proprio corpo nudo. E rabbrividiva, non di freddo quanto per un senso inesplicabile di repulsione e d'orrore alla vista di tutti quei corpi diguazzanti nell'acqua melmosa dello stagno.
Il 7 agosto il principe Bagratoin, alla tappa di Michajlovka, sulla strada di Smolensk, scriveva quanto segue:
«Egregio signor conte Aleksej Andreeviè.»
(Scriveva ad Arakèeev, ma sapeva che la sua lettera sarebbe stata letta dall'imperatore; onde, per quanto gli era possibile, meditava ogni parola.)
«Penso che il ministro abbia già fatto rapporto circa l'abbandono di Smolensk in mano nemica. È doloroso, è triste e tutto l'esercito è caduto in preda allo sconforto perché è stata abbandonata senza costrutto alcuno la posizione più importante. Da parte mia, gli avevo rivolto di persona le preghiere più vive e pressanti, e da ultimo gli avevo anche scritto; ma nulla è valso a persuaderlo. Giuro sul mio onore che Napoleone s'era cacciato in un sacco come mai gli era accaduto; e avrebbe potuto perdere metà dell'esercito, ma non impadronirsi di Smolensk. Le nostre truppe hanno combattuto e combattono eroicamente. Con quindicimila uomini li ho trattenuti per oltre trentacinque ore, ma lui non ha voluto resistere nemmeno quattordici. Questa è una vergogna e una macchia per il nostro esercito; e in quanto a lui, mi pare che non dovrebbe avere il coraggio di stare ancora al mondo. Se riferirà che le nostre perdite sono ingenti, si sappia che è una menzogna; assommeranno forse a quattromila uomini, non di più; ma anche se fossero diecimila, che cosa cambierebbe? Questa è la