di Cristo!»
«Smettila!» gridņ Alpatyč adirato. «Vedo per tre spanne sotto di te,» disse ancora una volta, sapendo che la sua arte nell'accudire alle api, la sua conoscenza di quando si dovesse seminare l'avena e il fatto di aver saputo accontentare per vent'anni il vecchio principe da tempo gli avevano procacciato la fama di stregone, e che la facoltą di vedere per tre spanne sotto una persona veniva appunto attribuita a costoro.
Dron si alzņ e avrebbe voluto dir qualcosa, ma Alpatyč lo interruppe:
«Che cosa vi siete messi in testa? Eh?... Che cosa nascondete?»
«Che posso fare, io, col popolo?» disse Dron. «Č tutto sottosopra. Io dico loro le stesse cose...»
«Č quel che dico anch'io,» fece Alpatyč. «Bevono?» domandņ brevemente.
«Č tutto in rivolta, Jakov Alpatyč; hanno fatto portare un altro barile.»
«Allora ascolta. Io andrņ dal capo della polizia e tu informa la gente che la smettano. E che i carri saltino fuori!»
«Sissignore,» rispose Dron.
Jakov Alpatyč non insistette oltre. Da molto tempo trattava col popolo e sapeva che il miglior modo per farlo obbedire sta nel non manifestare il minimo dubbio che possano non obbedire. Ottenuto da Dron quel docile «sissignore», Alpatyč se ne accontentņ, sebbene non soltanto dubitasse, ma fosse quasi sicuro che i carri non sarebbero stati forniti senza l'appoggio del comando militare.
E in effetti, la sera i carri non erano pronti. Davanti all'osteria del villaggio si era radunata una nuova assemblea, nel corso della quale era stato deliberato di far fuggire i cavalli nella foresta e di non concedere i carri. Senza dir nulla di questo alla principessina, Alpatyč diede