dalle sue risposte non era possibile arrivare a conclusioni definite. Il terzo chiamato, il vecchio cameriere Tichon, con un volto pallido e alterato che recava l'impronta di un inguaribile dolore, rispondeva «sissignora» a tutte le domande della principessina, e al solo guardarla si tratteneva a stento dal singhiozzare.
Finalmente entrò nella stanza lo starosta Dron. Fece un profondo inchino alla principessina Mar'ja e si fermò presso lo stipite della porta.
La principessina attraversò la stanza e si fermò di fronte a lui.
«Dronuška,» disse, riconoscendo in lui un amico fidato, quello stesso Dronuška che dal suo viaggio annuale alla fiera di Vjaz'ma, ogni volta le portava e le porgeva con un sorriso uno specialissimo panpepato. «Dronuška, adesso, dopo la nostra sventura che ci ha colpiti...» aveva preso a dire; poi tacque, non avendo la forza di proseguire.
«Siamo tutti nelle mani di Dio,» disse lui con un sospiro.
Tacquero entrambi.
«Dronuška, Alpatyè è fuori, non so dove sia andato, ed io non ho nessuno a cui rivolgermi. È vero quello che mi dicono, che non posso più partire?»
«Perché non potresti partire, Eccellenza? partire si può...» disse Dron.
«Mi hanno detto che sarebbe pericoloso perché il nemico ormai è vicino. Io, mio caro, non posso far nulla, non capisco nulla, non ho nessuno al mio fianco. Ma voglio assolutamente partire stanotte o domattina presto.»
Dron taceva e guardava di sotto in su la principessina Mar'ja.
«Non ci sono cavalli,» rispose Dron, «l'ho detto anche a Jakov Alpatyè.»