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gli occhi bassi e impigliandosi coi piedi nelle falde del vestito. Su di lei erano fissi innumerevoli occhi di giovani e di vecchi. Tante e così diverse erano le facce, che la principessina non riusciva a vederne nessuna; e sentendo che era necessario incominciare a parlare con tutti, non sapeva come fare. Ma una volta ancora la coscienza di rappresentare il padre e il fratello sopravvenne a darle coraggio e arditamente cominciò a parlare.   
   «Sono molto contenta che siate venuti,» esordì la principessina Mar'ja senza alzare gli occhi e sentendo il pulsare rapido e forte del suo cuore. «Dronuška mi ha detto che la guerra vi ha rovinati. È la nostra comune sventura e io non lesinerò alcunché pur di venirvi in aiuto Parto anch'io, perché è ormai pericoloso trattenersi; il nemico è vicino... giacché... Vi darò tutto, amici miei, e vi prego di prendere tutto, tutto il nostro grano affinché non dobbiate patire di alcuna strettezza. E se vi hanno detto che vi distribuisco il grano allo scopo di convincervi a restare, sappiate che non è la verità. Al contrario vi esorto a partire con tutti i vostri averi per la nostra tenuta di Mosca; e là m'impegno con formale promessa a fare in modo che non manchiate di nulla. Vi saranno dati pane e case.»   
   La principessina fece una pausa. Tra la folla non si udiva che qualche sospiro.   
   «Non faccio questo seguendo un'idea personale,» proseguì la principessina «lo faccio a nome del mio defunto padre che era per voi un buon padrone, e per conto di mio fratello e di suo figlio.»   
   Fece un'altra pausa. Nessuno interruppe il suo silenzio.   
   «La nostra è una sventura comune e noi spartiremo tutto in parti uguali. Tutto ciò che è mio è anche vostro,» disse essa, volgendo lo

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