sé il guanto e scansare i dottori che del resto non impedivano il passo, ma all'improvviso comprese che quella sera egli era un personaggio tenuto a compiere un rito pauroso e da tutti atteso, e che per questo doveva accettare i servigi di tutti. Prese dunque in silenzio il guanto dall'aiutante, sedette al posto della signora posando le sue grandi mani sulle ginocchia unite, nell'ingenua posa di una statua egiziana, e decise fra sé che tutto questo avveniva proprio perché non poteva essere altrimenti, e che quella sera, per non confondersi e non combinare sciocchezze, non avrebbe dovuto agire secondo le proprie considerazioni, ma abbandonarsi ciecamente al volere di coloro che lo guidavano.
Non erano passati due minuti quando nella stanza entrò, eretto e solenne, il principe Vasilij, che indossava il suo caffettano con tre decorazioni. Sembrava dimagrito rispetto alla mattina; i suoi occhi, quando volse lo sguardo per la stanza e vide Pierre, apparivano più grandi del solito. Gli si accostò, gli prese la mano (cosa che non aveva mai fatto prima, con lui) e la trasse verso il basso, come se avesse voluto controllare che fosse attaccata ben salda.
«Courage, courage, mon ami. Il a demandé à vous voir. C'est bien...» e fece l'atto di allontanarsi.
Ma Pierre ritenne indispensabile domandare:
«Come sta?...» E subito si confuse, non sapendo se fosse opportuno chiamare conte il moribondo; d'altra parte si vergognava a chiamarlo padre.
«Il a eu encore un coup, il y a une demi-heure. Ha avuto un altro colpo. Courage, mon ami...»
Pierre era in un tale stato di confusione mentale che alla parola «colpo» gli venne fatto di pensare al colpo prodotto da qualche urto.