si era tolto il cappello.
«Ardisco disturbare vossignoria,» disse in modo rispettoso, ma con una relativa noncuranza causata dalla giovinezza di quell'ufficiale, mentre si portava la mano sul petto. «La mia padrona, la figlia del generale en chef principe Nikolaj Andreeviè Bolkonskij, morto il 15 scorso, trovandosi in difficoltà a causa dell'ignoranza di queste persone,» e indicò i contadini, «vi prega di favorire da lei... Non vi dispiacerebbe,» aggiunse poi con un triste sorriso, «allontanarvi un poco da qui? Non è molto comodo parlare davanti...» e Alpatyè indicò due contadini che gli ronzavano lì dietro come tafani intorno al cavalli.
«Ah!... Alpatyè... Ah? Jakov Alpatyè!... Va benone! Scusa, per amor di Cristo. Va benone! Aaa?...» dicevano i contadini, sorridendogli allegramente.
Rostov guardò i vecchi ubriachi e sorrise.
«O forse questo diverte, vossignoria?» disse Alpatyè con un'aria grave, indicando i vecchi con la mano che non aveva infilato nello sparato della giubba.
«No, qui c'è poco da divertirsi,» disse Rostov e si allontanò un poco. «Di che cosa si tratta?» domandò.
«Ardisco riferire a vossignoria che questa gente ignorante non vuole lasciare partire la padrona dalla tenuta e minaccia di staccare i cavalli, tanto che da stamane tutto è caricato e sua eccellenza non può partire.»
«Non può essere!» esclamò Rostov.
«Ho l'onore di riferirvi la pura verità!» ripeté Alpatyè.
Rostov smontò da cavallo, passò le redini all'ordinanza, e si incamminò con Alpatyè verso la casa, interrogandolo sui particolari del fatto. Effettivamente, l'offerta di grano fatta il giorno prima dalla