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Mar'ja che gli esprimeva la sua riconoscenza per averla salvata (così lei definiva l'azione di Rostov) «qualsiasi commissario di polizia avrebbe fatto altrettanto. Se dovessimo combattere solamente con i contadini, non avremmo permesso davvero al nemico di venire tanto avanti!» disse ancora, provando un indefinibile senso di vergogna e cercando di cambiare discorso. «Di una sola cosa sono felice: che ho avuto l'occasione di conoscervi. Addio, principessa, vi auguro felicità e consolazione e spero d'incontrarvi in circostanze più fortunate. Se non volete farmi arrossire, vi prego, non ringraziatemi.»   
   Ma la principessina, se non lo ringraziava più con le parole, lo ringraziava tuttavia con tutta l'espressione del viso, raggiante di riconoscenza e di tenerezza. Non poteva credergli, che non ci fosse motivo di ringraziarlo. Al contrario, le pareva che non ci fossero dubbi che se non ci fosse stato lui, sarebbe finita chissà come, sia per mano dei rivoltosi, sia dei francesi; le pareva che lui per salvarla si fosse esposto ai più evidenti e gravi pericoli; e più che mai le pareva il fatto che egli fosse un uomo d'animo elevato e nobile, che aveva saputo comprendere la sua situazione e il suo dolore. I suoi occhi buoni e onesti bagnati di lacrime, mentre lei gli aveva parlato, piangendo, della disgrazia che l'aveva colpita, non le uscivano dalla mente.   
   Dopo averlo salutato, e fu rimasta sola, la principessina Mar'ja a un tratto si sentì le lacrime agli occhi; e allora, e non per la prima volta, le si affacciò la strana domanda: era innamorata di lui?   
   Seguitando il viaggio per Mosca, sebbene la situazione della giovane principessa non fosse allegra, Dunjaša, che era con lei in carrozza, notò più volte che la padrona, affacciandosi al finestrino, sorrideva a qualcosa con un'aria gioiosa e triste insieme.   

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